Quando l'immaginazione aiuta la conoscenza

  • Posted on: 5 April 2014
  • By: Jose
 
Mi piace iniziare questo blog con questa citazione di Albert Einstein, per puntare l'attenzione su qualcosa a cui tengo molto all'interno della cornice zooantropologica.

Quando ero bambino, mio padre ogni sera mi coinvolgeva immaginando infinite storie di animali, proiettando le ombre delle nostre mani sulla parete, ombre che diventavano infiniti animali, infinite leggende in cui immergersi, infinite fantasie. Forse per questo insieme allo sviscerato amore per gli animali, ho sviluppato un forte spirito immaginativo. 

Nelle due dimensioni integrate di relazione e cognizione, sia nelle nostre attività professionali e sia in quelle personali, nell'interazione con altri animali, cruciale per me è lo sviluppo di una dimensione immaginativa. La ricerca di un'esperienza condivisa a base cognitivo-relazionale, può trovare nell'immaginazione una potente linfa vitale che innesca tutti quei fenomeni di destrutturazione, di non-aspettativa e di non-schematismo che sono, essi si, i veri alleati di una relazione autentica e per un apprendere reale.

L'immaginazione aiuta ad abbandonare tutte quelle pretese di precisione che impattano, più di quello che pensiamo, sulle diverse dimensioni di qualità di vita dell'animale. Tuttavia, utilizzare forme teatrali/immaginative al fine di preservare o recuperare abilità socio-cognitive negli animali che vivono con noi, potrebbe essere di non immediato accesso per molti umani, in quanto la nostra educazione, o sarebbe meglio definirla dis-educazione a noi stessi e al nostro immaginario, crea comprensibili sentimenti di vergogna, di disadeguatezza e insicurezza nell'esprimere, nella relazione con un animale, con noi stessi e con gli altri, tutto quel potenziale socio-cognitivo, emozionale e fantasioso, che rappresenta invece una porta aperta allo sviluppo complice di una relazione e di un apprendimento che possa definirsi autenticamente cognitivo.

Ovvio che l'immaginazione, soprattutto nelle situazioni critiche, non può escludere lo studio approfondito e aggiornato dei fenomeni mentali, emozionali e sociali, oltre che chiedere il dovuto supporto ad un'esperienza di pratica consolidata con gli animali, e quindi ad una conoscenza di base insieme concettuale e pratica, che possa tendere ad una continua innovazione interpretativa ed applicativa, costruendo quindi una base di competenze solide e sicure, che reciprocamente possa fare da spalla alla dimensione esperienziale-immaginativa, senza facili improvvisazioni e vaghi richiami all'intuito personale. L'immaginazione può infatti essere valido aiuto alla conoscenza, ma non può mai sostituirla. Questo non solo nell'approcciare situazioni di problem experience, ma anche nel quotidiano e nel 'normale' vivere una relazione in crescita tra gli animali umani e gli altri animali.

Forse appare come paradosso, ma l'immaginare situazioni inconsuete, magari in un viaggio nel tempo a recuperare le loro e le nostre radici, rende maggiormente autentici, trasparenti, aperti, agili e possibilisti nella relazione con l'animale e con noi stessi, ma solo se l'immaginazione tiene conto dello stato interno dell'altro, se sa modularsi e sa muoversi da una sfera emotivo-reattiva ad una emozionale-cognitiva.

Insomma, immaginazione come ampliamento delle nostre risorse affettivo-cognitive, come fortificazione delle competenze, come arricchimento del repertorio di relazione e di referenza, come condivisione di apprendimenti sostanziali, pratici e profondi.

E la vita cambia, si migliora, si apre a grandi e nuovi scenari di crescita professionale e personale, con al centro lo sviluppo effettivo di una qualitativa dimensione di vita, per gli animali e per noi stessi animali umani.

 

Francesco De Giorgio

photo: web