L'evoluzione culturale del cane | Da lupo a cane? O da cane a cane?

  • Posted on: 19 March 2014
  • By: Jose

L'evoluzione dei cani che condividono le nostre vite, ha sempre affascinato notevolmente noi umani. Sono secoli che gli studiosi si dividono in appassionate discussioni sull'origine di questo animale, spesso chiamando in causa il contributo di altri canidi come i lupi. Ma cosa esiste di vero? Perchè siamo così interessati a questo argomento? Perchè ci piace l'idea che i nostri compagni canini siano come lupi travestiti? Cosa ci porta a confrontare cani e lupi? Spesso le risposte a queste domande si trovano negli ambiti sociologici, più che evoluzionistici ed etologici. Fuor di dubbio che la mitologia del lupo ci affascina, esattamente come ha affascinato alcuni regimi totalitaristici a cavallo delle due guerre mondiali. Avere un lupo travestito da cane nelle nostre case, al nostro fianco, nelle nostre passeggiate, ha scatenato l'immaginario di molti, compresi molti etologi classici, con un'interpretazione spesso falsata del loro comportamento.

Lontano dal voler entrare in una discussione del genere, evitando in questo modo il rischio diventi argomentazione stucchevole e senza senso pratico, con pericolosi fraintendimenti etologici anche all'interno del comportamento del lupo stesso (come ad esempio l'errore collegato alla 'gerarchia di dominanza', che più che un fenomeno etologico, rappresenta un fenomeno distorto socio-antropocentrico), voglio portare l'attenzione invece sul cane in quanto tale. Il cane, con il suo patrimonio evolutivo culturale, contaminante per gli umani e contaminato dagli umani, con ogni cane che esprime una notevole variabilità culturale e adattativa su base individuale, certo con gruppi di dinamiche comportamentali di base associate ai diversi gruppi di cani, ma con grandi differenze collegate alla filogenesi e all'ontogenesi, soggettiva e individuale.

Calando questo ragionamento nella pratica di interazione tra i cani e gli umani, quando osservo un cane, il mio sguardo non si posa mai su un lupo travestito ma su un cane appunto, in particolare su quel cane. Esso si posa insomma, si su macro caratteristiche socio-cognitive con echi filogenetici, ma anche e soprattutto su significativi dettagli a forte base culturale individuale, con diverse e differenzianti disposizioni al contesto di riferimento, oltre che a diversi kit socio-cognitivi innati soggettivi.

In questo senso posso cogliere needs e wants di quel determinato cane, in quel determinato contesto. Dove i needs generalmente rappresentano le esigenze di base per garantire benessere (welfare), e dove i wants rappresentano soprattutto elementi cruciali di interesse soggettivo, per ottenere un alto standard qualitativo di vita (quality of life), a volte con sovrapposizioni di questi due ambiti.

Alcune attività che svolgiamo con i nostri cani, corrispondono sia a needs che a wants. Una per tutte, l'esplorazione perlustrativa olfattivo-cognitiva, che voglio specificare non ha nulla a che vedere con le 'attivazioni mentali' (che esprimono a mio parere spesso valenza emotivo-behavioristica, e non realmente cognitiva), rappresenta sia un need che un want: un need in quanto tipicamente appartiene in generale alla famiglia dei Canidi, con diversi approcci sia specifici che individuali; ma rappresenta anche un want, un qualcosa che il cane desidera esprimere e vivere, anche qui nelle diverse forme soggettive, in quanto diventa porta di dialogo con il mondo. Inoltre, poter praticare esperienze perlustrative olfattivo-cognitive, sicuramente porta beneficio e miglioramento verso tutte quelle 'problematiche' di comportamento e di relazione con l'umano, collegate a deprivazione percettiva, in questo modo migliorando gli standard qualitativi di vita e relazione.

Tenere conto dell'evoluzione culturale del cane, di quel cane, rappresenta un passo cruciale verso una consistente qualità di vita, dal suo punto di vista, o meglio dal suo punto d'olfatto. Un olfatto che si lascia contaminare dal contesto e che allo stesso tempo lo contamina, in un dialogo culturale e non in una mera esposizione agli stimoli.

Francesco De Giorgio

Foto: internet